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Aree contaminate in Italia

Posted by Darth on 27 Novembre 2018 in Chettelodicoaffare |

Un interessantissimo articolo di Milena Gabanelli per coriere.it . La regione più contaminata? La lombardia . La meno contaminata ? Molise .

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Miti costruiti

Posted by Darth on 25 Novembre 2018 in Chettelodicoaffare |

Nella nostra memoria, abbiamo miti del passato. Non parlo di miti a noi spiegati dall’Odissea ma miti la cui fama nasce dalla loro attività, dal loro modo di porsi al pubblico dalla loro comparsa in determinati anni, in determinati periodi che lo consentivano. Miti, che lo sono diventati grazie ad una scelta, alla sfortuna e ad una ben pianificata uscita di scena molto furba e commercialmente calcolata. Molti di questi miti, se non fossero usciti di scena oggi sarebbero dei pensionati di cui non ci ricorderemmo neppure i nomi o comunque certamente non penseremmo a loro tranne che in qualche discorso pensando al passato.

James Dean, non fosse morto in quell’incidente d’auto, sarebbe ancora il mito di Gioventù bruciata o sarebbe uno dei tanti attori in pensione e dimenticati ?

James Dean

I Beatles, all’epoca un successo a livello mondiale. Se la contendevano con i Rolling Stones, poi si sono sciolti… ed iniziò il mito. Se non si fossero sciolti, sarebbero ancora sulla cresta dell’onda? farebbero ancora il pienone negli stadi come invece lo fanno realmente i Rolling Stones? sarebbero ancora una leggenda… un mito?

The Beatles

Mina, ai tempi se la contendeva con Milva e Iva Zanicchi, Milva e Iva Zanicchi oramai sono in pensione o cantano alla fiera della porchetta. Mina invece se avesse continuato, se non avesse deciso, molto sapientemente, di ritirarsi dalle scene non facendosi più vedere in pubblico e tirando fuori ogni tanto dal cassetto qualche canzonetta per fare cassa, sarebbe ancora un mito? certamente la sua voce è formidabile, ma si ha idea ai giorni nostri quante cantanti hanno una voce molto simile e certamente anche migliore? Quindi, se non avesse deciso di pianificare a tavolino il modo migliore per diventare un mito, oggi…Mina cosa sarebbe?

Mina

Lucio Battisti, con il suo modo di cantare molto contadino, la moda di quell’epoca con il fazzoletto al collo e i capelli cotonati e tanta ignoranza da vendere. Oggi Lucio battisti se non avesse deciso a tavolino, come del resto ha fatto mina (probabilmente hanno avuto lo stesso consulente) di sparire di punto in bianco dalle scene non facendosi più vedere in pubblico, sarebbe davvero e ancora un mito?

Lucio Battisti

Poi ci sono i Miti veri, quelli che non hanno avuto la necessità o la sfortuna di scomparire dalle scene, di non farsi più vedere in pubblico ritirandosi a vita privata abbassando un velo di mistero attorno alla loro vita per attirare l’attenzione del pubblico e dei fans su di loro facendosi sembrare delle anime tormentate, o peggio,  per incuriosire i mercato. I miti veri, hanno continuato a fare quello che facevano, perché sapevano di poterselo permettere o semplicemente perché hanno deciso di continuare perché a loro piaceva quello che facevano e che fanno tuttora. Insomma, i miti, quelli veri. Un esempio lampante, sono i Rolling Stones che si esibiscono tuttora. Un esempio tutto italiano possono esserlo i Pooh e i Ricchi e Poveri .

Rolling Stones
Pooh
I ricchi e poveri

Quelli che invece hanno scelto, deliberatamente di uscire di scena di punti in bianco, consapevolmente che sarebbero poi diventati un mito proprio per questo modo di uscire di scena, pianificando quindi a tavolino tutto quanto (non prendiamoci in giro), non sono miti, sono macchiette o caricature di loro stessi, seguiti da un gruppo di fanatici fans, decisamente poco sapienti. ma com disse un filosofo, Ad ognuno il suo, e non di più.

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Pizza Aut

Posted by Darth on 24 Novembre 2018 in Cosedicuore |

LA Pizzeria gestita da un gruppo di ragazzi Autistici, ecco il  progetto di un gruppo di genitori che si è rivolto alla rete per raccogliere risorse da destinare ad una pizzeria da far gestire a giovani affetti da autismo. Ne parla democratica.com 

PizzaAut a “tu si que vales”
PizzaAut a MONZA

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MELEGATTI – IL Pandoro

Posted by Darth on 19 Novembre 2018 in Chettelodicoaffare, Cosedicuore |

La Melegatti riapre, lo fa con 35 operai e con previsioni di ulteriori assunzioni. Una bella notizia dunque, sia per quanto riguarda la possibilità di reddito, delle famiglie di chi ci lavora e ci lavorerà, sia per quel che riguarda un marchio di eccellenza Italiana.

Vale la pena quindi, questo Natale e mi auguro i Natale avvenire, di acquistare il Pandoro della Melegatti, (ma anche il Panettone non scherza) acquistando quindi un prodotto Italiano che ha una storia lunga 124 anni, dove chi ci lavora mantiene la propria famiglia, dove vi è tradizione e rispetto il il proprio e l’altrui lavoro. E certamente perché è buono. Che questo Natale sia un buon Natale per chi in Melegatti ci lavora .

Articolo de IL GAZZETTINOL’ARENAILSOLE24OREIL GIORNALE .

Lo storico Spot della Melegatti, correva l’anno 1984

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Il Caffè e la sua storia

Posted by Darth on 17 Novembre 2018 in Chettelodicoaffare |

AFRICANO 
Che la bevanda fosse stimolante lo confermava già il nome arabo qahwa, che significa “eccitante”. Ma secondo alcuni la parola deriverebbe dalla zona d’origine della pianta e della bevanda, un’origine attorno alla quale sono fiorite nel tempo molte leggende. «La provenienza dell’arbusto Coffea arabica, da cui si raccolgono i chicchi di caffè, è ancora dibattuta» spiega Giovanni Spadola, presidente e fondatore della storica azienda di torrefazione Caffè Moak di Modica (Rg). «Pare che le prime piante siano state trovate a Caffa (da cui il nome) in Etiopia. Da quelle terre, tra il XIII e il XIV secolo, gli etiopi portarono il caffè nello Yemen durante le loro campagne militari. Qui le piantine trovarono terreno fertile e prosperarono nei giardini e nelle terrazze, per proseguire il loro cammino verso nord lungo la costa orientale del Mar Rosso fino alla Mecca e Medina (Arabia), dove già alla fine del XV secolo sorsero luoghi di degustazione in cui ci si riuniva appositamente per berlo».

Uno dei principali centri di smistamento e diffusione del caffè, fin dal XVI secolo, divenne il Cairo, in Egitto. Da dove mercanti e pellegrini lo esportarono in ogni direzione. «La diffusione fu favorita soprattutto dalla propagazione della religione islamica, che proibiva di bere vino, sostituito dal caffè. Ma un grande contributo lo diede anche l’espansione della potenza dell’Impero ottomano, che forniva caffè in grandi quantità fino alle porte di Vienna, eludendo ogni disposizione doganale». Nel XVII secolo “il vino d’Arabia” giunse infine in Europa, anche se già un secolo prima a Venezia era possibile trovare i semi della Coffea arabica, venduti dagli speziali a prezzo altissimo, come medicamento.
 

In brevissimo tempo il caffè divenne un bene di consumo facilmente reperibile, amato prima da nobili e intellettuali, poi anche dalla gente comune. A Istanbul, intorno al 1554, sorsero le prime caffetterie, che si moltiplicarono velocemente in tutta la città con il nome di qahveh o khaveh. «Nel XVII secolo anche in Europa si ebbe il boom delle “botteghe del caffè”: già verso la fine del ’600 nel Regno Unito se ne potevano contare oltre 3 mila, Parigi e Londra all’inizio del ’700 ne vantavano oltre 300, mentre Vienna soltanto 10» continua Spadola. Fu invece un veneziano, Pietro Della Valle, il primo ad annunciare l’apertura di uno spaccio di caffè in Italia: era il 1615. Un secolo dopo, nel 1720, in piazza San Marco apriva i battenti il celebre caffè Florian.


LA BEVANDA DEL DIAVOLO
L’irresistibile ascesa della nuova bevanda nel Settecento contribuì a far superare definitivamente i pregiudizi che avevano circondato per secoli il caffè. Che, inizialmente, la Chiesa aveva tentato di confinare ai margini della vita sociale. L’accusa ricorrente era che fosse un diabolico “raddoppiatore dell’io” capace di rendere vigili, ma anche troppo loquaci e disinibiti, persino i caratteri più morigerati. Una leggendaria conferma arrivava dai racconti del frate maronita Antonio Fausto Nairone, teologo alla Sorbona di Parigi fra il Sei e il Settecento. Secondo una tradizione tramandata da questo religioso della Chiesa siriana, l’arcangelo Gabriele aveva offerto il caffè al profeta Maometto, il quale dopo averlo bevuto “disarcionò in battaglia ben quaranta cavalieri e rese felici sul talamo addirittura 40 donne”.
Turbata dalle voci sul potenziale afrodisiaco della bevanda, la Chiesa aveva dunque condannato subito il cosiddetto vino d’Arabia accusandolo di essere una “bevanda del diavolo”. Che però, narra la leggenda, era apprezzata persino da papa Clemente VIII, il quale all’inizio del ’600 si rifiutò di proibirne ufficialmente il consumo, come chiedevano i suoi consiglieri. Più duro a morire fu il pregiudizio che associava i consumatori di caffeina a una vita notturna viziosa e licenziosa. Non a caso ancora nel 1732 il compositore tedesco Johann Sebastian Bach scrisse una cantata il cui testo descriveva l’angoscia di un padre desideroso di guarire la figlia dalla passione del caffè, condivisa peraltro dalla maggior parte delle fanciulle di Lipsia. Passione che si coltivava nelle botteghe del caffè.


DA TAVERNA A BOTTEGA
Nati come taverne (così li definì il filosofo inglese Francis Bacon nel suo trattato Sylva sylvarum), i caffè mantennero sempre una doppia anima. «Da un lato erano luoghi di aggregazione e convivialità disimpegnata, dall’altro divennero spesso sedi di dibattito» spiega Spadola. «Chiamati anche “scuole di saggezza“, erano per lo più frequentate da uomini colti e da letterati, che vi si davano appuntamento per conversare e bere caffè fino a tarda notte, tenuti svegli dalle proprietà eccitanti della caffeina. Col tempo, i caffè divennero anche luoghi di contestazione politica, tanto che nel 1676 il procuratore generale di Londra, temendo si trasformassero in covi di potenziali insurrezionalisti, decise di far chiudere tutte le coffee house».
Il provvedimento ebbe vita breve, e sempre più spesso chi voleva contestare i valori e le politiche dei governi si dava appuntamento proprio ai caffè. In Francia, il modello divenne un locale aperto nel 1686 da un siciliano, Francesco Procopio, proprio di fronte al teatro della Comédie française e che prese il nome dal suo fondatore. Il Café Le Procope, meta di filosofi, artisti, uomini politici e scrittori, divenne così famoso in Europa da diventare sinonimo di circolo letterario. Un secolo dopo i caffè letterari furono omaggiati da un gruppo di pensatori liberali italiani (e frequentatori di caffè) capeggiati dal filosofo Pietro Verri, che chiamò Il Caffè la rivista da lui fondata, che diede un contributo fondamentale alla diffusione dell’Illuminismo in Italia.

Gli interessi legati al commercio del caffè, intanto, crescevano a dismisura. E con essi la tentazione di togliere agli arabi il monopolio sulla bevanda.
Ad avere successo fu l’Olanda, che nel 1690 riuscì a trafugare, nonostante la rigida vigilanza, alcune piantine di caffè, trasferendole nelle terre tropicali di Ceylon (oggi Sri Lanka) e Giava (in Indonesia) e a imporsi tramite la Compagnia delle Indie Orientali come punto di riferimento del mercato europeo del caffè.

LO SBARCO IN AMERICA
Per il mezzo secolo successivo rimasero loro i padroni dei commerci europei. Fino a quando nel 1714 il borgomastro di Amsterdam offrì al re di Francia Luigi XIV come “speciale curiosità” due piante di caffè in fiore, collocate nelle serre reali di Versailles. L’ingenuità fu pagata a caro prezzo. Un ex ufficiale di marina, Gabriel Mathieu de Clieu, rubò infatti un arbusto e lo trasportò oltre l’Atlantico, dando inizio alla coltivazione di caffè nella Martinica francese, un’isola delle Antille.

LADRI DI CHICCHI 
L’avventura fu degna di Indiana Jones: de Clieu mise la sua preziosa pianta in un contenitore in vetro, creando una piccola serra portatile che avrebbe garantito luce e calore alla piantina in vista del lungo viaggio. Poi, nel maggio del 1723, salpò dalla Francia. Dopo essere scampato al tentativo di un passeggero di rubargli il prezioso vegetale, a un assalto di pirati tunisini, a una violenta tempesta e a un’interminabile bonaccia nella zona delle calme equatoriali, l’ex ufficiale riuscì nell’impresa. La piantina era sopravvissuta miracolosamente. “La mancanza d’acqua era così grave” scrisse de Clieu al ritorno “che per più di un mese fui costretto a dividere la mia misera razione d’acqua con la pianta, poiché su di essa avevo riposto tutte le speranze più rosee e da essa traevo la mia gioia”.
Nel 1726 il ladro di caffè fece il suo primo raccolto. Nei cinquant’anni successivi le piante della Martinica raggiunsero il numero di venti milioni, riuscendo a soddisfare quasi per intero la domanda europea; ben presto le piantagioni si estesero a tutta l’area caraibica, da Haiti alla Giamaica, fino a Cuba e Portorico.
Oggi in testa alla classifica del consumo complessivo di caffè non c’è però l’Arabia, né la Turchia o la Francia di de Clieu, ma gli Stati Uniti (16% del totale). Seguiti dal maggior Paese produttore, il Brasile (11%). Ma il record del consumo pro capite, a sorpresa, va al Nord Europa: Finlandia in testa, seguita da Danimarca e Svezia.

Una locandina del Café Martin datata 1921.

ALL’ITALIANA
In Italia, anche se il consumo è meno della metà di quello del Nord Europa, il caffè è un simbolo nazionale. Dapprima l’ex vino d’Arabia divenne protagonista a teatro. Il commediografo veneziano Carlo Goldoni già nel 1750 dedicò al tema una commedia di successo, La bottega del caffè. Undici anni dopo l’abate gesuita e scrittore Pietro Chiari replicò con un dramma giocoso, Il caffè di campagna.
Nello stesso periodo iniziava la sua carriera la tazzulella ’e cafè celebrata da tante canzoni napoletane. Fin dal ’700 a Napoli si affermò una variante al caffè turco. Invece di cuocere la polvere dei chicchi macinati, come si fa ancora oggi in Turchia e Nord Africa, stemperandola in acqua in un bricco di rame poggiato su braci o sabbia calda, si diffuse la cottura “napoletana”. Il nuovo metodo prevedeva il filtraggio dell’acqua bollente, fatta colare dall’alto attraverso la polvere di caffè: è il principio che fa funzionare la cuccumella.
Nel 1902, a Milano, nacque invece l’espresso, grazie all’invenzione dell’ingegner Luigi Bezzera: una macchina che sfruttava l’alta pressione per filtrare il macinato. Nella moka, infine, messa a punto dall’imprenditore Alfonso Bialetti nel 1933, l’acqua portata a ebollizione sale dal basso.
Per preservare l’aroma del caffè il grande attore e drammaturgo napoletano Eduardo De Filippo suggeriva un sistema casalingo a suo dire infallibile: il coppitello, un cono di carta da inserire nel beccuccio della caffettiera al momento del filtraggio. Se volete testarne l’efficacia tenete conto delle parole del filosofo Montesquieu: “Il caffè ha la facoltà di indurre gli imbecilli ad agire assennatamente”. Individuate la “vittima”, offritegli una caffettiera con coppitello e… attendete fiduciosi i risultati!

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