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Il Caffè e la sua storia

Posted by Darth on 17 Novembre 2018 in Chettelodicoaffare |

AFRICANO 
Che la bevanda fosse stimolante lo confermava già il nome arabo qahwa, che significa “eccitante”. Ma secondo alcuni la parola deriverebbe dalla zona d’origine della pianta e della bevanda, un’origine attorno alla quale sono fiorite nel tempo molte leggende. «La provenienza dell’arbusto Coffea arabica, da cui si raccolgono i chicchi di caffè, è ancora dibattuta» spiega Giovanni Spadola, presidente e fondatore della storica azienda di torrefazione Caffè Moak di Modica (Rg). «Pare che le prime piante siano state trovate a Caffa (da cui il nome) in Etiopia. Da quelle terre, tra il XIII e il XIV secolo, gli etiopi portarono il caffè nello Yemen durante le loro campagne militari. Qui le piantine trovarono terreno fertile e prosperarono nei giardini e nelle terrazze, per proseguire il loro cammino verso nord lungo la costa orientale del Mar Rosso fino alla Mecca e Medina (Arabia), dove già alla fine del XV secolo sorsero luoghi di degustazione in cui ci si riuniva appositamente per berlo».

Uno dei principali centri di smistamento e diffusione del caffè, fin dal XVI secolo, divenne il Cairo, in Egitto. Da dove mercanti e pellegrini lo esportarono in ogni direzione. «La diffusione fu favorita soprattutto dalla propagazione della religione islamica, che proibiva di bere vino, sostituito dal caffè. Ma un grande contributo lo diede anche l’espansione della potenza dell’Impero ottomano, che forniva caffè in grandi quantità fino alle porte di Vienna, eludendo ogni disposizione doganale». Nel XVII secolo “il vino d’Arabia” giunse infine in Europa, anche se già un secolo prima a Venezia era possibile trovare i semi della Coffea arabica, venduti dagli speziali a prezzo altissimo, come medicamento.
 

In brevissimo tempo il caffè divenne un bene di consumo facilmente reperibile, amato prima da nobili e intellettuali, poi anche dalla gente comune. A Istanbul, intorno al 1554, sorsero le prime caffetterie, che si moltiplicarono velocemente in tutta la città con il nome di qahveh o khaveh. «Nel XVII secolo anche in Europa si ebbe il boom delle “botteghe del caffè”: già verso la fine del ’600 nel Regno Unito se ne potevano contare oltre 3 mila, Parigi e Londra all’inizio del ’700 ne vantavano oltre 300, mentre Vienna soltanto 10» continua Spadola. Fu invece un veneziano, Pietro Della Valle, il primo ad annunciare l’apertura di uno spaccio di caffè in Italia: era il 1615. Un secolo dopo, nel 1720, in piazza San Marco apriva i battenti il celebre caffè Florian.


LA BEVANDA DEL DIAVOLO
L’irresistibile ascesa della nuova bevanda nel Settecento contribuì a far superare definitivamente i pregiudizi che avevano circondato per secoli il caffè. Che, inizialmente, la Chiesa aveva tentato di confinare ai margini della vita sociale. L’accusa ricorrente era che fosse un diabolico “raddoppiatore dell’io” capace di rendere vigili, ma anche troppo loquaci e disinibiti, persino i caratteri più morigerati. Una leggendaria conferma arrivava dai racconti del frate maronita Antonio Fausto Nairone, teologo alla Sorbona di Parigi fra il Sei e il Settecento. Secondo una tradizione tramandata da questo religioso della Chiesa siriana, l’arcangelo Gabriele aveva offerto il caffè al profeta Maometto, il quale dopo averlo bevuto “disarcionò in battaglia ben quaranta cavalieri e rese felici sul talamo addirittura 40 donne”.
Turbata dalle voci sul potenziale afrodisiaco della bevanda, la Chiesa aveva dunque condannato subito il cosiddetto vino d’Arabia accusandolo di essere una “bevanda del diavolo”. Che però, narra la leggenda, era apprezzata persino da papa Clemente VIII, il quale all’inizio del ’600 si rifiutò di proibirne ufficialmente il consumo, come chiedevano i suoi consiglieri. Più duro a morire fu il pregiudizio che associava i consumatori di caffeina a una vita notturna viziosa e licenziosa. Non a caso ancora nel 1732 il compositore tedesco Johann Sebastian Bach scrisse una cantata il cui testo descriveva l’angoscia di un padre desideroso di guarire la figlia dalla passione del caffè, condivisa peraltro dalla maggior parte delle fanciulle di Lipsia. Passione che si coltivava nelle botteghe del caffè.


DA TAVERNA A BOTTEGA
Nati come taverne (così li definì il filosofo inglese Francis Bacon nel suo trattato Sylva sylvarum), i caffè mantennero sempre una doppia anima. «Da un lato erano luoghi di aggregazione e convivialità disimpegnata, dall’altro divennero spesso sedi di dibattito» spiega Spadola. «Chiamati anche “scuole di saggezza“, erano per lo più frequentate da uomini colti e da letterati, che vi si davano appuntamento per conversare e bere caffè fino a tarda notte, tenuti svegli dalle proprietà eccitanti della caffeina. Col tempo, i caffè divennero anche luoghi di contestazione politica, tanto che nel 1676 il procuratore generale di Londra, temendo si trasformassero in covi di potenziali insurrezionalisti, decise di far chiudere tutte le coffee house».
Il provvedimento ebbe vita breve, e sempre più spesso chi voleva contestare i valori e le politiche dei governi si dava appuntamento proprio ai caffè. In Francia, il modello divenne un locale aperto nel 1686 da un siciliano, Francesco Procopio, proprio di fronte al teatro della Comédie française e che prese il nome dal suo fondatore. Il Café Le Procope, meta di filosofi, artisti, uomini politici e scrittori, divenne così famoso in Europa da diventare sinonimo di circolo letterario. Un secolo dopo i caffè letterari furono omaggiati da un gruppo di pensatori liberali italiani (e frequentatori di caffè) capeggiati dal filosofo Pietro Verri, che chiamò Il Caffè la rivista da lui fondata, che diede un contributo fondamentale alla diffusione dell’Illuminismo in Italia.

Gli interessi legati al commercio del caffè, intanto, crescevano a dismisura. E con essi la tentazione di togliere agli arabi il monopolio sulla bevanda.
Ad avere successo fu l’Olanda, che nel 1690 riuscì a trafugare, nonostante la rigida vigilanza, alcune piantine di caffè, trasferendole nelle terre tropicali di Ceylon (oggi Sri Lanka) e Giava (in Indonesia) e a imporsi tramite la Compagnia delle Indie Orientali come punto di riferimento del mercato europeo del caffè.

LO SBARCO IN AMERICA
Per il mezzo secolo successivo rimasero loro i padroni dei commerci europei. Fino a quando nel 1714 il borgomastro di Amsterdam offrì al re di Francia Luigi XIV come “speciale curiosità” due piante di caffè in fiore, collocate nelle serre reali di Versailles. L’ingenuità fu pagata a caro prezzo. Un ex ufficiale di marina, Gabriel Mathieu de Clieu, rubò infatti un arbusto e lo trasportò oltre l’Atlantico, dando inizio alla coltivazione di caffè nella Martinica francese, un’isola delle Antille.

LADRI DI CHICCHI 
L’avventura fu degna di Indiana Jones: de Clieu mise la sua preziosa pianta in un contenitore in vetro, creando una piccola serra portatile che avrebbe garantito luce e calore alla piantina in vista del lungo viaggio. Poi, nel maggio del 1723, salpò dalla Francia. Dopo essere scampato al tentativo di un passeggero di rubargli il prezioso vegetale, a un assalto di pirati tunisini, a una violenta tempesta e a un’interminabile bonaccia nella zona delle calme equatoriali, l’ex ufficiale riuscì nell’impresa. La piantina era sopravvissuta miracolosamente. “La mancanza d’acqua era così grave” scrisse de Clieu al ritorno “che per più di un mese fui costretto a dividere la mia misera razione d’acqua con la pianta, poiché su di essa avevo riposto tutte le speranze più rosee e da essa traevo la mia gioia”.
Nel 1726 il ladro di caffè fece il suo primo raccolto. Nei cinquant’anni successivi le piante della Martinica raggiunsero il numero di venti milioni, riuscendo a soddisfare quasi per intero la domanda europea; ben presto le piantagioni si estesero a tutta l’area caraibica, da Haiti alla Giamaica, fino a Cuba e Portorico.
Oggi in testa alla classifica del consumo complessivo di caffè non c’è però l’Arabia, né la Turchia o la Francia di de Clieu, ma gli Stati Uniti (16% del totale). Seguiti dal maggior Paese produttore, il Brasile (11%). Ma il record del consumo pro capite, a sorpresa, va al Nord Europa: Finlandia in testa, seguita da Danimarca e Svezia.

Una locandina del Café Martin datata 1921.

ALL’ITALIANA
In Italia, anche se il consumo è meno della metà di quello del Nord Europa, il caffè è un simbolo nazionale. Dapprima l’ex vino d’Arabia divenne protagonista a teatro. Il commediografo veneziano Carlo Goldoni già nel 1750 dedicò al tema una commedia di successo, La bottega del caffè. Undici anni dopo l’abate gesuita e scrittore Pietro Chiari replicò con un dramma giocoso, Il caffè di campagna.
Nello stesso periodo iniziava la sua carriera la tazzulella ’e cafè celebrata da tante canzoni napoletane. Fin dal ’700 a Napoli si affermò una variante al caffè turco. Invece di cuocere la polvere dei chicchi macinati, come si fa ancora oggi in Turchia e Nord Africa, stemperandola in acqua in un bricco di rame poggiato su braci o sabbia calda, si diffuse la cottura “napoletana”. Il nuovo metodo prevedeva il filtraggio dell’acqua bollente, fatta colare dall’alto attraverso la polvere di caffè: è il principio che fa funzionare la cuccumella.
Nel 1902, a Milano, nacque invece l’espresso, grazie all’invenzione dell’ingegner Luigi Bezzera: una macchina che sfruttava l’alta pressione per filtrare il macinato. Nella moka, infine, messa a punto dall’imprenditore Alfonso Bialetti nel 1933, l’acqua portata a ebollizione sale dal basso.
Per preservare l’aroma del caffè il grande attore e drammaturgo napoletano Eduardo De Filippo suggeriva un sistema casalingo a suo dire infallibile: il coppitello, un cono di carta da inserire nel beccuccio della caffettiera al momento del filtraggio. Se volete testarne l’efficacia tenete conto delle parole del filosofo Montesquieu: “Il caffè ha la facoltà di indurre gli imbecilli ad agire assennatamente”. Individuate la “vittima”, offritegli una caffettiera con coppitello e… attendete fiduciosi i risultati!

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